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Carmelo La Ciacera
Abitante degli appartamenti di Cormano
Carmelo ha 55 anni e una vita piena.
Quando racconta quello che ha fatto, parla di lavoro, di viaggi, di sport, di musica. Parla di tante scelte fatte senza mai tirarsi indietro.
È cresciuto tra Milano e la Sicilia, ultimo di otto figli e ha iniziato a lavorare a 15 anni. Nel tempo ha svolto tante professioni diverse – operaio, elettricista, idraulico, corriere, tornitore, fresatore – finoad arrivare, oggi, al settore logistico di una grande multinazionale. Lo sport è una parte molto importante della sua vita: baseball, pallavolo, basket, corsa, body building, arti marziali. Accanto a questo, la passione per la musica anni ’80, per le auto sportive, per le moto e per i viaggi – in Europa e più lontano, fino al Giappone e alla Thailandia.
Da quando ha 21 anni, convive con una patologia neurologica degenerativa.
Si è trasferito da meno di un mese nell’appartamento Domea di Cormano, la sua prima esperienza di co-housing. L’ha ribattezzata “Casa Paradiso” e non la considera una soluzione di passaggio, ma una scelta definitiva.
Alla domanda se sia riuscito a portare qualcosa di sé dentro la nuova casa, ha risposto così:
“Non basta una casa per portare me stesso.”
Carmelo ci porta uno sguardo diverso sulla “disabilità”, mettendo in discussione il modo in cui normalmente la intendiamo. Per lui l’autonomia non è una prestazione da misurare. Spesso è solo una questione di sguardo.
“Noi misuriamo la disabilità contando le abilità che una persona possiede. Ma ognuno di noi, almeno una volta nella vita, sperimenta un limite, un disagio. Fisico o psicologico. Più o meno lungo. Più o meno risolvibile. Come quando camminiamo male perché abbiamo un paio di scarpe scomode che ci fanno venire male al piede.”
“Siamo (stati) tutti disabili a modo nostro. Alcune volte questo disagio si può risolvere, altre volte no”.
Non ama le etichette sulla disabilità – né quelle che separano, né quelle che semplificano – perché, dice, vivere insieme significa prima di tutto costruire relazioni tra persone con bisogni diversi di sostegno.
In casa è attento agli altri. Ricorda loro le terapie quando serve, si accorge se un letto potrebbe essere troppo corto per un futuro coinquilino alto quasi due metri, osserva, propone, si prende cura. Con Francesco condivide chiacchiere, risate, racconti quotidiani.
Domea ha portato “bellezza” nella vita di Carmelo. Ma anche la necessità di costruire nuove relazioni: con gli operatori, con i loro diversi modi di lavorare, con l’equilibrio tra aiuto e autonomia. Un adattamento reciproco, non sempre immediato, ma parte del percorso.
La sua presenza in Domea è questo: una voce che ci ricorda come riconoscere limiti e possibilità siano parte della stessa esperienza umana.